Citazioni

Da: "L'eleganza del riccio" di Muriel Barbery

Ho letto tanti libri…Eppure, come tutti gli autodidatti, non sono mai sicura di quello che ho capito. Un giorno mi sembra di abbracciare con un solo sguardo la totalità del sapere, come se all’improvviso invisibili ramificazioni nascessero, e intrecciassero fra loro tutte le mie letture sparse – poi subito il senso scivola via, l’essenziale mi sfugge, e per quanto rilegga le stesse righe ogni volta mi appaiono più inafferrabili, mentre io mi vedo come una vecchia pazza che crede di avere la pancia piena soltanto perché ha letto attentamente il menù. Pare che questa compresenza di talento e cecità sia il tratto distintivo dell’autodidatta. Pur privando il soggetto della guida sicura che ogni buona formazione fornisce, gli dona tuttavia libertà e capacità di sintesi del pensiero, laddove i discorsi ufficiali frappongono barriere e vietano l’avventura.

La vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo.

E’ questo il movimento del mondo? Un infimo sfasamento che rovina per sempre la possibiltà della perfezione? […] Tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità… Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs folgoranti che un giorno sono apparsi e che non abbiamo saputo cogliere, e che sono sprofondati per sempre nel nulla… lo smacco appena un pelo più in là… […] Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro.
Dovremmo viverlo davvero, e invece è sempre un’estasi per interposta persona.

La lingua, ricchezza dell’uomo, e i suoi usi, elaborazione della comunità sociale, sono opere sacre. Che con il tempo si evolvano, si trasformino, si dimentichino e rinascano, che talora la loro trasgressione divenga fonte di una maggiore fecondità, non esclude affatto che prima di prendersi la libertà del gioco e del cambiamento occorra aver dichiarato loro piena sudditanza.

Non vediamo mai più in là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire. […] Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e d’incontrare qualcuno.

La grammatica
lo stadio di coscienza
che porta al bello

[…] per scrivere un pensiero profondo devo entrare in uno stadio molto speciale, altrimenti idee e parole stentano ad arrivare. Devo lasciarmi andare e nello stesso tempo essere superconcentrata. Ma non è questione di "volontà", è un meccanismo che mettiamo o meno in funzione, come per grattarsi il naso o fare una capriola all’indietro. E per metterlo in funzione non c’è niente di meglio di un brano musicale. Ad esempio, per rilassarmi ascolto qualcosa che mi faccia raggiungere una sorta di umore distante, in cui le cose non mi toccano veramente, in cui vedo le cose come se stessi guardando un film: un livello di coscienza "distaccata". In genere per questo stadio ci vuole del jazz. […]
Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si  accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. […] Forse bisogna collocarsi in uno stadio di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica. A me sembra di farlo senza alcuno sforzo. Credo di aver capito com’è fata la lingua a due anni, in un colpo solo, sentendo parlare gli adulti. Per me le lezioni di grammatica sono sempre state sintesi a posteriori e , al limite, precisazioni terminologiche. […] Sfortunati i poveri di spirito che non conoscono nè la trance nè la bellezza della lingua.

Addentare qualcosa con uno stile diverso è come degustare una nuova pietanza. […] Un piacere lo si assapora soltanto sapendo che è unico ed effimero.

Il bello è l’adeguatezza. […] Se ci riflettiamo seriamente un attimo, l’estetica non è altro che l’iniziazione alla Via dell’Adeguatezza, una sorta di via del Samurai applicata all’intuizione delle forme autentiche. In ognuno di noi è radicata la conoscenza dell’adeguato. E’ lei che, in qualsiasi momento, ci permette di cogliere ogni qualità dell’esistenza e, nelle poche occasioni in cui tutto è armonia, di gioirne con l’intensità necessaria. E non parlo di quel genere di bellezza che è dominio esclusivo dell’Arte. Chi, come me, trae ispirazione dalla grandezza delle piccole cose, la insegue fino nel cuore dell’essenziale, laddove, adorna di abiti quotidiani, sgorga da un certo ordine delle cose comuni e dalla certezza che è come deve essere dalla convizione che è proprio così.

Sarà una banalità, ma l’intelligenza in sè non ha alcun valore e non è di nessun interesse. […] Molte persone hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l’intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l’ingegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l’oscurità della sua espressione […] L’intelligenza non è un dono sacro, è l’unica arma dei primati […]
L’evocazione degli alberi, della loro maestosità indifferente e dell’amore che proviamo per loro, da un lato ci insegna quanto siamo insignificanti, cattivi parassiti brulicanti sulla superficie terrestre, dall’altro invece quanto siamo degni di vivere, perchè siamo capaci di riconoscere una bellezza che non ci è debitrice.

I figli aiutano a rimandare l’angoscioso dovere di affrontare sè stessi, compito a cui in seguito provvedono i nipoti. La televisione distrae dalla massacrante necessità di fare progetti a partire dal nulla delle nostre frivole esistenze e, ingannando gli occhi, solleva la mente dalla grande opera del senso. E infine, Dio mitiga i nostri timori mammiferi e l’insopportabile prospettiva che i nostri piaceri un giorno abbiano una fine. Quindi io, senza futuro nè prole, senza pixel per stordire la cosmica consapevolezza dell’assurdo, certa, invece, della fine e della previsione del vuoto, credo di poter affermare che non ho scelto la via della semplicità.

Io sono intellettualmente superdotata, Marguerite invece è l’asso della battuta pronta. Mi piacerebbe moltissimo essere come lei, io trovo sempre la risposta giusta cinque minuti dopo e poi mi rifaccio il dialogo da sola.

Il desiderio ci sostiene e ci crocifigge, portandoci ogni giorno sul campo di battaglia dove ieri abbiamo perso ma che, nel sole di un’altra giornata, ci sembra nuovamente un terreno di conquista; e anche se domani moriremo, il desiderio ci fa erigere imperi destinati a diventare polvere, come se la consapevolezza che presto cadranno non riguardasse la sete di edificarli ora; ci infonde l’energia di volere sempre quello che non possiamo possedere.

Basta una ferita perchè le maschere cadano.

Come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l’anima degli esseri come un respiro infinito.

Vivere, nutrirsi, riprodursi, portare a termine il compito per il quale siamo nati e morire: non ha alcun senso, è vero, ma è così che stanno le cose. L’arroganza degli uomini che pensano di poter forzare la natura, sfuggire al loro destino di piccoli organismi biologici… e la loro cecità riguardo alla crudeltà o alla violenza del loro modo di vivere, amare, riprodursi e fare la guerra con i propri simili…
Io credo che ci sia una sola cosa da fare: scoprire il compito per il quale siamo nati e portarlo al termine il meglio possibile, con tutte le nostre forze, senza complicarsi l’esistenza e senza pensare che ci sia qualcosa di divino nella nostra natura animale. Solo così avremo l’impressione che stiamo facendo qualcosa di costruttivo, nel momento in cui la morte ci coglierà.

Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l’effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte. […] Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

Poche settimane non danno la chiave del mistero.

In fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso.

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