Citazioni

Da: "Un Uomo"

Paradossalmente, non ero innamorata di te. […]Parlo del desiderio fisico che annebbia la vista e interrompe il respiro al solo guardare la creatura amata, del brivido che ti intirizzisce e ti scioglie al solo sfiorarle una mano, una guancia, sicchè tutto in lei diventa unico ed insostituibile, perfino l’odore del suo fiato, il sudore della sua pelle, i suoi stessi difetti che anziché difetti ti sembrano qualità deliziose: hai bisogno di lei come dell’aria, dell’acqua, del cibo, e in tale schiavitù muori di mille morti ma sempre per resuscitare, esserle schiavo di nuovo. Questi sintomi io li conoscevo, ma in coscienza non potevo dirmi di averli avvertiti in nessun momento per te. Ad esempio, il tuo corpo non mi attraeva, non capivo le donne che lo giudicavano bello e se ne invaghivano perdutamente tradendo il marito, umiliandosi pur d’essere scaraventate cinque minuti contro un muro o su di un letto, poter raccontare agli altri o a sè stesse d’averti toccato; […] negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie. E forse è vero che quasi mai un amore ha per oggetto un corpo, spesso si sceglie o si accetta una persona per la malìa inesplicabile con la quale essa ci investe, o perciò che essa rappresenta ai nostri occhi, alle nostre convinzioni, alla nostra morale; però il veicolo di un rapporto amoroso rimane il corpo e , se quello non ti seduce, qualcos’altro deve pur sedurti. Il carattere, ad esempio, il modo di vivere o di comportarsi. E col tempo avevo scoperto che neanche il tuo carattere mi piaceva molto: con le sue smoderatezze, le sue ferocie, le sue sfuriate cattive e senza senso, le sue ebbrezze del primo stadio, secondo stadio, terzo stadio, le sue durezze di roccia, le sue chiusure da ostrica. Più tentavo di aprire l’ostrica per estrarne la perla, più lei mi resisteva colando un liquido nero, più scavavo la roccia in cerca di rubini e smeraldi più trovavo sassi e carbone. Il tuo bosco era pieno di sterpi, di spine, appena vi coglievo un fiore mi graffiavo, mi insanguinavo. E l’arroganza grazie a cui pareva che tutto ti fosse permesso, la faciloneria con cui liquidavi situazioni e problemi, le contraddizioni in cui precipitavi. Tutte tare per me deplorevoli. Ma allora perché avevo quell’impulso di correrti dietro, abbracciarti, sentire i tuoi baffi contro la mia guancia, perché ora sentivo il bisogno di raschiarmi la gola e ricacciare indietro le lacrime? […] Eppure non ero fisicamente gelosa di te. Non lo ero mai stata, nemmeno all’inizio quando m’ero accorta che accendere desideri solleticava la tua vanità, nemmeno in seguito quando i tuoi riti dionisiaci erano esplosi e t’avevo visto mordere la pipa fissando l’elefantessa e l’efebo secco che danzavano al buzuki. Parlo della gelosia che svuota le vene all’idea che l’essere amato penetri il corpo altrui, la gelosia che piega le gambe, toglie il sonno, distrugge il fegato, arrovella i pensieri, la gelosia che avvelena l’intelligenza con interrogativi, sospetti, paure, e mortifica la dignità con indagini, lamenti, tranelli, facendoti sentire derubato, ridicolo, trasformandoti in poliziotto inquisitore carceriere dell’essere amato. Forse per cerebralismo, coerenza al principio che i rapporti d’amore debbano essere reinventati e anzitutto scrostati delle scorie, dei fardelli che a lungo andare li rendono soffocanti, m’ero sempre proibita di provare simili sofferenze per te. Saperti desiderato anzi mi lusingava, vederti aperto alle tentazioni mi divertiva, a volte le due cose aizzavano addirittura il gusto di disputarti a un’ingordigia che io stessa nutrivo essendoti compagna. Solo negli ultimi tempi i tuoi eccessi mi avevano addolorato, e non per il fatto di sapermi sostituita un’ora o una notte bensì per il torto che facevi a te stesso esponendoti a pettegolezzi, accettando i costumi di una società che volevi cambiare, adeguandoti alle sozzure di una sottocultura dove il culto del fallo umilia l’intelligenza. Tuttavia neanche allora avevo ceduto all’indignazione che ammutolisce e spinge a chiuderci la porta alle spalle dopo aver lasciato le chiavi sul letto. […]Forse non ero innamorata di te, o non volevo esserlo, forse non ero gelosa di te, o non volevo esserlo, forse m’ero detta un mucchio di verità e di menzogne, ma una cosa era certa: ti amavo come non avevo mai amato una creatura al mondo, come non avrei mai amato nessuno. Una volta avevo scritto che l’amore non esiste, e se esiste è un imbroglio: che significa amare? Significava ciò che ora provavo a immaginarti impietrito, perdio, con lo sguardo di un cane preso a calci perché ha fatto pipì sul tappeto, perdio! Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto da non sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le sue spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate. E certo l’amore non ha per oggetto un corpo, però anche se eravamo separati da un oceano quel corpo io lo portavo a letto con me, nel ricordo lo abbracciavo come quando abitavamo la casa nel bosco, d’inverno, e la notte faceva freddo e ci scaldavamo così, la mia testa contro la tua testa, il mio ventre contro il tuo ventre, le gambe annodate, oppure quando stavamo distesi nella camera di via Kolokotroni l’estate, i pomeriggi erano afosi e ci scostavamo ridendo, via-roba-calda, ma c’era sempre un momento in cui i tuoi occhietti strani, uno più alto e uno più basso, uno più chiuso e uno più aperto, mi ubriacavano di dolcezza, sicchè mi chinavo a baciare le tue palpebre gonfie, mandorle di carne,accarezzare con la punta dell’indice il tuo naso buffo, i tuoi baffi spinosi, le tue labbra increspate da tante rughine, labbra di vecchio dicevi, e strisciandoti il dito sul mento poi sulla mascella poi sullo zigomo risalivo lentissimamente agli orecchi, perfetti questi, ben disegnati, e tu subivi felice che ti ammirassi almeno gli orecchi: “Che orecchi! Che orecchi!” E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la vita senza di te. Ne facevi parte quanto il mio respiro, le mie mani, il mio cervello, e rinunciare a te era rinunciare a me stessa, ai miei sogni che erano i tuoi sogni, alle tue illusioni che erano le mie illusioni, alle tue speranze che erano le mie speranze, alla vita! E l’amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, i fenomeni. Se parlavo di te con gente che non ti conosceva o alla quale non interessavi, mi affannavo a spiegare quanto tu fossi straordinario e geniale e grande; se passavo dinanzi a un negozio di cravatte e camice mi fermavo d’istinto a cercare la cravatta che si sarebbe piaciuta, la camicia che sarebbe andata d’accordo con una certa giacca; se mangiavo in un ristorante sceglievo senza accorgermene i piatti che tu preferivi e non che preferivo io; se leggevo il giornale notavo sempre la notizia che a te avrebbe interessato di più, la ritagliavo e te la spedivo; se mi svegliavi nel cuor della notte con un desiderio o con una telefonata, mi fingevo più desta di un fringuello che canta al mattino. […] Ma un amore simile non era neanche una malattia,
era un cancro! Un cancro. Come un cancro che a poco a poco invade gli organi col suo moltiplicarsi di cellule, il suo plasma vischioso di male, e più cresce più divieni cosciente del fatto che nessuna medicina può arrestarlo, nessun intervento chirurgico può asportarlo, forse sarebbe stato possibile quand’era un granellino di sabbia, un chicco di riso, una voce che grida egò s’agapò, un amplesso mentre il vento fruscia tra i rami d’olivo, ora invece non è possibile perchè ti ruba ogni tuo organo, ogni tessuto, ti divora al punto che non sei più te stessa ma un impasto fuso con lui, un unico magma che può disfarsi solo con la morte, la sua morte che sarebbe anche la tua morte, così tu mi avevi invaso e mi stavi divorando, ammazzando. V’è una caratteristica lugubre negli ammalati di cancro: appena capiscono che esso ha vinto o sta per vincere, cessano di opporgli i farmaci, il bisturi, la volontà e si lasciano uccidere con sottomissione, senza maledirlo, neanche rimproverarlo del martirio che esige. Il-mio-male, lo chiamano con affettuosa indulgenza, quasi fosse un amico, un padrone, o un possesso di cui non possono fare a meno, e quel “mio” risuona a volte con accento soave: lo stesso che gorgogliava nella mia voce appena pronunciavo il tuo nome. Ecco, a tale stadio ero giunta per non averti estirpato quando eri un granellino di sabbia, un chicco di riso, e sebbene l’istinto m’avesse avvertito che chiunque entrasse nella tua sfera perdeva la pace per sempre. Eppure di occasioni per sfuggirti ne avevo avute[…]ma le avevo sempre respinte e così il cancro aveva proseguito il suo corso per dimostrarmi che amare significa soffrire, che l’unico modo per non soffrire è non amare, che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare sei destinato a soccombere. In altre parole il mio problema era insolubile, la mia sopravvivenza impossibile, e la fuga non serviva a nulla. A nulla? Alzai la testa. A qualcosa serviva: salvare la mia dignità. […] E tutti i tuoi eroismi, le tue disperazioni, le tue genialità, le tue poesie non sarebbero bastate a cancellare il disgusto che avevo provato. […]

Basta. Si ha un bel dire che la serenità addormenta, che la felicità rimbecillisce, che il soffrire invece sveglia e dà idee. Il soffrire paralizza, spenge l’intelligenza, uccide. E con te avevo sofferto veramente troppo. Salvo piccole oasi di gioia, brevi grandinate di allegria, la nostra unione era stata un fiume di angosce, pericoli, follie, nevropatie: stare con te era come stare in prima linea. Era un continuo piovere di razzi, granate, napalm, un perenne scavare trincee, andare in pattuglia su sentieri minati, lanciare attacchi, ferire e venire feriti, urlare, singhiozzare, chiama il barelliere, dammi il caricatore, comandante non ce la faccio più. Non si può stare al fronte in eterno, vivere in eterno sul dramma. Si finisce col perdere il senso della misura.[..]

perchè avevo così esagerato, quel giorno, lasciandoti e negandoti ogni spiegazione? [..] E incapace d’assolvermi ,allo stesso tempo incalzata dal bisogno di farlo, mi regalavo risposte che subito dopo negavo. Sì, m’ero sentita offesa, avevo creduto all’umano bisogno di rivoltarmi, liberarmi di un giogo divenuto troppo pesante, ma non t’avevo sempre dimostrato d’essere aperta alle tue spregiudicatezze? E a chi avrsti potuto rivolgerti se non a me che ero la tua compagna? [..] Doveva essere scattato qualcosa in me ad ascoltare il discorso sulle necessità: una molla che aveva acceso una scintilla. E questa scintilla aveva acceso altre scintille causando uno scoppio a catena identico a quello delle mine connesse fra loro e unite allo stesso detonatore sicchè se ne esplode una esplodono tutte. La mina dell’orgoglio ferito, della gelosia inconfessata, della gioia imbavagliata: rimaste inerti per mesi, per anni, senza che un artificiere le disinnescasse. [..]
Si capisce sempre dopo, ammesso che capire in tempo serva ad ostacolare il destino già scritto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...